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«Papà, non chiamarmi stupido…» Uno studio che vi farà riflettere. Leggete.

Quanto fa male sentirsi chiamare «idiota»? Almeno quanto uno schiaffo. Ma la violenza verbale non lascia segni sulla pelle: è invisibile e, per questo, le sue conseguenze rischiano di essere sottovalutate. Il fotografo americano Richard Johnson ha provato a rappresentare, con i suoi scatti, il dolore che riescono a dare le parole, e insieme a un team di volontari, ha raccolto le immagini nel progetto Weapon of choice (L’Arma della scelta).

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I partecipanti, i bambini e i loro genitori, sono stati invitati a scegliere, da una lista, le parole che fanno davvero male e che hanno un impatto sulle loro vite. Poi i make up artist hanno provato a scrivere quegli insulti sulla loro pelle, disegnando ferite, contusioni, graffi e ustioni, tanto profondi quanto è grande la sofferenza.  «Abbiamo scelto il nome “Weapon of Choice” – spiega il fotografo – perché abbiamo imparato che usare le parole che fanno male è una scelta. E mentre ascoltavamo le storie dei partecipanti, abbiamo scoperto che molto spesso, all’abuso verbale, segue quello fisico. Le parole violente sono solo una delle armi a disposizione nell’arsenale di chi aggredisce».  Per i bambini, la parola peggiore, quella che non riuscivano nemmeno a ripetere ad alta voce, era «stupido»: è quella con l’impatto peggiore sui più piccoli. La violenza verbale rivolta alle donne e alle adolescenti, invece, ha spesso una connotazione sessuale. «Prostituta (slut)» è un insulto che troppe partecipanti al progetto si sono sentire rivolgere contro, una parola che è destinata a sminuire una persona e a rovinare la sua reputazione. Abusi verbali di questo tipo sono stati i più difficili da riferire.  «Tutti i partecipanti sono stati informati dell’obiettivo del progetto – dicono gli organizzatori – e i bambini avevano un tutore legale. Abbiamo fatto tutto questo per aumentare la consapevolezza dei problemi legati a questo tipo di violenza, e il nostro obiettivo è che più persone possibili, vedendo le nostre foto, possano riflettere sulla gravità del bullismo, ancora prima che diventi violenza fisica».

fonte  http://www.vanityfair.it